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Può sembrare strano, all'inizio di un nuovo anno associativo, riferirsi a un testo mistico e misurarsi con termini quale "incorporeo" e "corporale". Eppure, per molti cristiani occidentali che si accostano alla spiritualità e alla tradizione liturgico-culturale dell'Oriente il motivo - più o meno conscio
ed esplicito - risiede proprio in una certa insoddisfazione, in una sottile inquietudine che pervade l'homo tecnologicus del XXI secolo: "Tutto qui? Tutto
si può concentrare nel potere sugli oggetti - e magari anche, per qualcuno, sulle persone?" La diabolica insinuazione del Tentatore nel Deserto di Giuda
non è mai sembrata così vicina come oggi, quando ci permettiamo di pensare non come a un'utopia, ma come a una possibilità reale, di clonare la vita, di
fabbricare gli uomini in provetta, secondo la triste profezia del Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Simili conquiste a qualcuno fanno orrore, ad altri danno
esaltazione, a tutti - diciamo la verità - fanno un po' paura. Soprattutto, lasciano il retrogusto del vuoto esistenziale: Giovanni Guareschi lo aveva ben descritto nel Mondo Piccolo, facendo ragionare don Camillo
sull'uomo che, nella sua fame di tempo e di spazio, fabbrica macchine che lo fanno correre sempre più veloce, tanto che il mondo si riduce alla fine a
un puntale di pennone, su cui il superbo conquistatore del mondo, come un passero, si ritrova appollaiato. E lì, come il passero, si ritrova a rimirare
il tremendo infinito dell'universo: allora - e qui Guareschi si fa a sua volta profeta - ritrova il Dio dell'immensità, dell'eternità, della vita. Forse anche a lui succederà allora come ad Agostino di scoprire che la "eterna bellezza" che ha sempre cercato, in realtà l'ha sempre avuta vicina, è
stata sua compagna di viaggio. Pensiamo che questo desiderio inconscio stia nel cuore dell'uomo che ricerca, e che la tradizione liturgica dell'Oriente
costituisca uno svelamento del Mistero, l'intravedere il Compagno di viaggio che sta all'origine del nostro essere, ne costituisce la ragione, la meta cui
tende. Perché l'Oriente è il luogo del simbolo, il contesto nel quale non è stato trascurato o, peggio, violato. Pensate ad un bambino in ingenua
ammirazione di una boule à neige acquistata su una bancarella in qualche Santuario, prodotto di fiaba e di devozione, meraviglia a buon mercato,
ma piena di fascino per occhi innocenti. Se però viene infranta per conoscerne la composizione si riduce a frammenti di plastica, ad una pozzetta
di liquido più o meno colloso: non racconta più nulla, nemmeno una storia kitsch un po' banale. Il Mistero si ammira (mirabilis), non si violenta. Ogni liturgia è luogo di Mistero, ma non sempre lo si riconosce come l'essenza stessa dell'atto cultuale. Nella Chiesa d'Oriente - non certamente immune
da limiti, come sono, come siamo noi tutti, uomini pellegrini sulla terra alla ricerca dell'eterna bellezza - tuttavia il Mistero è rispettato, per cui
ci si sente coinvolgere anche senza capire, e quando si capisce è solo per rendersi conto che non si può capire tutto. Piuttosto, si può credere, si può
sperare, si può amare. L'A.C.I.O.C., comunità di modesti, ma decisi cercatori, inizia un nuovo periodo, così come suggeriscono Benedetto XVI e le vicende stesse del nostro
gruppo, nel segno del sacerdozio, servizio liturgico, ma anche e soprattutto partecipazione ai Divini Misteri che Cristo, Sommo Sacerdote della Nuova
Alleanza, ha consegnato al suo popolo, regale sacerdozio, perché la storia, la realtà del corporeo si faccia un po' meno opaca, lasci trasparire sempre
più la Santità dell'Incorporeo. Buon anno sociale, buon lavoro
Enrico M. Salati
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